Stefano Pioli e Firenze: “Dove si vive per il calcio e per la Fiorentina”
5 febbraio 2010
Il suo esordio risale al 1982, quando un giovanissimo Stefano Pioli compie il passo che molti giovani come lui avrebbero aspirato a fare, ossia quello che permette di passare dalla Primavera al professionismo vero e proprio; il Parma, club della sua città, gli dà subito fiducia lanciandolo nell’orbita della prima squadra, militante in Serie C1. Le stagioni in maglia giallo blu sono più che soddisfacenti e nel 1984 il giovane difensore viene notato da niente poco di meno della Juventus, squadra dove rimarrà per tre anni prima di passare a Verona. Ma il 1989 è l’anno di una sua ulteriore svolta, ovvero quello in cui Stefano approda a Firenze in una Fiorentina che vedeva già all’orizzonte l’abbandono della famiglia Pontello, ma non certo quello di Baggino. Centocinquantaquattro volte protagonista in maglia gigliata e un solo goal per lui, lui che in campo si è sempre fatto stimare con l’intelligenza di chi corre e si dà da fare pur sapendo anche coltivare la grande arte di rimanere umile. Stefano Pioli nel 1999 inizia la sua carriera di allenatore da Bologna, città quella felsinea dove rimane per tre stagioni per poi passare alla panchina giallo blu, questa volta sponda Chievo Verona. Nel 2003 l’insperata salvezza conquistata con la Salernitana, squadra che aveva avuto l’onere di dover prendere ormai a campionato iniziato gli vale l’ingaggio con il Modena con cui sfiora i play off. Ma la data che si ricorda, quella del 10 Settembre 2006, è quella che segna l’esordio di Mister Pioli in serie A, allenando proprio la squadra che lo aveva lanciato più di un ventennio fa, il Parma. E dopo le più che positive esperienze a Piacenza e Grosseto, Stefano Pioli decide di raccogliere una nuova sfida, quella con il Sassuolo, squadra di cui tiene le redini dal Giugno del 2009 e che ha traghettato fino al secondo posto in classifica, concedendo a società e tifosi il privilegio di poter sognare in grande.
Mister Pioli, guardando la classifica di Serie B non possiamo che esordire facendole i complimenti; secondo posto a quota trentanove punti e il Lecce a tre punti; ci dica, quanto si sogna a Sassuolo ad oggi?
Mi auguro fermamente che a Sassuolo si possa sempre rimanere con i piedi ben saldi a terra; i programmi iniziali della scorsa estate vedevano come primo obiettivo il raggiungimento dei play off, impegno che per ora stiamo onorando, rimanendo ben ancorati alla zona utile in chiave promozione. Non va comunque dimenticato che il campionato di serie cadetta è molto lungo e difficile e che le nostre avversarie sono club di grande valore oserei dire. E’ inutile illudersi e indispensabile lavorare.
L’avventura con il Sassuolo sta sicuramente dando risultati più che positivi; ma secondo lei quali sono le formazioni che la sua squadra dovrà temere di più?
In primis direi la capolista Lecce, un undici quadrato che è stato capace di trovare un’importante continuità negli ultimi mesi; temo molto comunque anche squadre come il Cesena, che ha una rosa ben costruita e di grande valore e non dobbiamo dimenticarci le grandi ambizioni delle nostre dirette inseguitrici Brescia, Ancona e Grosseto, quest’ultima capace di andare in goal con grande facilità ed ultimamente rinforzata con l’ arrivo da Roma di Esposito. E poi c’è sempre il Torino che nonostante questa latente crisi di risultati non farebbe certo fatica a tornare sotto e mettere pressione alle altre.
Facciamo un bel passo indietro e torniamo al 1989, anno del suo arrivo a Firenze; quali sono i ricordi più cari e significativi con la maglia viola, che lei ha vestito per ben sei stagioni?
I ricordi che lego a Firenze sono oltremodo bellissimi, poiché è proprio a questa città attribuisco la parentesi più importante e duratura della mia carriera;la Fiorentina mi ha dato modo di giocare con campioni a livello internazionale come Dunga, Batistuta, Rui Costa e Baggio e togliermi qualche bella soddisfazione, nonostante secondo il mio parere quella squadra raccolse poco rispetto all’effettivo valore dei giocatori in campo. Senza dubbio con grande orgoglio ricordo l’interminabile avventura di Coppa UEFA che vide i gigliati piegarsi soltanto in finale. L’unico neo di quegli anni fu per me il mio brutto infortunio che purtroppo condizionò tutta la mia carriera.
I tifosi della Fiorentina solitamente guardano con simpatia alle squadre di serie cadetta allenate da ex gigliati; il pubblico di Firenze è così caloroso e campanilista come si dice secondo lei che lo ha vissuto da calciatore?
Assolutamente si; Firenze vive per il calcio e per la sua Fiorentina, si rapporta ai giocatori in maniera accogliente e generosa, e si fa condizionare dall’andamento della squadra in maniera quasi irreale, morbosa. Certo qualsiasi giocatore credo desidererebbe lavorare in un clima così fervente di ottimismo e passione sconfinata anche se devo dire che certe volte questo grande slancio emotivo rischia di trascendere dall’entusiasmo alla depressione più profonda con una mancanza quasi totale di equilibrio.
Stefano Pioli calciatore e Stefano Pioli allenatore; quanto cambia la dimensione del professionista dentro e fuori dal campo?
Ruoli completamente diversi questi, anche se devo dire che il carattere di un uomo quello resta lo stesso. Un allenatore si presuppone abbia accumulato durante le sue passate esperienze un bagaglio di conoscenze tali da poter vivere questo ruolo in maniera serena, più matura ma sempre attaccata a quegli ideali che hanno caratterizzato la nostra carriera di calciatore. Applicazione, serietà, umiltà e dedizione al lavoro sono state nel mio caso componenti fondamentali del mio carattere e doti quindi che mi hanno permesso di svolgere l’attività di giocatore in modo completo; e questi sono anche i principi che chiedo molto spesso ai miei calciatori.
Federica Falciani











