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Sogno iridato, Cile 1962: mané del destino

5 marzo 2010

L’assegnazione dei Mondiali al Cile è uno di quei misteri della storia del calcio ancora irrisolti. D’altra parte lo sport diventata sempre più popolare, iniziava a generare business e la rassegna iridata era una passerella mediatica ed economica irrinunciabile. A spingere molto perché la sesta edizione della Coppa del Mondo fosse assegnata al Paese andino fu il Brasile, campione in carica, operazione che gli tornerà indietro con gli interessi, arbitrali, durante il torneo. Uno dei tornei più brutti e rissosi che si siano mai giocati, dove l’Italia riuscirà a collezionare un’altra figuraccia, cercando di dare tutte le colpe all’arbitro inglese Aston, che favorirà in un match violento i padroni di casa del Cile. A parole, dopo la mancata qualificazione del ’58, si dice di voler tornare a valorizzare i vivai, ma nella pratica sarà ancora una Nazionale farcita di oriundi, tra cui quell’Altafini già campione del mondo col Brasile quattro anni prima. Solo Rivera e Bulgarelli rappresentano i due diamanti grezzi di un gruppo che di lì a pochi anni vincerà l’Europeo (manifestazione che vede la luce nel 1960) e sarà protagonista al Mondiale messicano.
Il Brasile è il grande favorito, ma rispetto destano la Spagna di Herrera, la solita Germania Ovest, un rinata Ungheria e la Cecoslovacchia del portiere Schroiff. Soprattutto quest’ultima segna un importante spartiacque, espressione di un calcio molto atletico, dove il talento restava nelle retrovie, capace di mettere in fila formazioni più forti sulla carta fino a raggiungere la finale.
Le partite sono molto dure e Pelé s’infortuna lasciando il palcoscenico a Garrincha, che sarà il grande mattatore auriverde.
Gli azzurri pareggiano 0-0 contro la forte Germania Ovest, rivale di sempre, ma perdono la seconda contro il Cile 2-0, finendo in nove contro undici. È passata alla storia come la “partita della vergogna” in cui i giocatori italiani caddero nella trappola della rissa per esserne alla fine travolti. La facile vittoria contro la Svizzera è l’ultimo atto prima del ritorno in patria.
Il Cile frega anche l’Urss nei quarti di finale, dai quali escono vittoriose Jugoslavia, Cecoslovacchia e il Brasile di Garrincha che da solo stende l’Inghilterra. In semifinale i cechi abbattono la Jugoslavia, mentre il Brasile del solito Garrincha, poi espulso, ha ragione dei padroni di casa.
Garrincha riuscirà a giocare la finale al termine di una conduzione arbitrale scandalosa, ma i brasiliani erano stati lo sponsor migliore del Cile iridato, tutto gli era concesso. Anche spalancargli la strada verso il secondo titolo consecutivo, abbattendo la Cecoslovacchia di Masopust grazie ad Amarildo, sostituto di Pelé.

Brasile vecchio fa buon brodo
Il Brasile campione in carica che si presenta in Cile è per la maggior parte la squadra che aveva vinto quattro anni prima, con Mauro e Zozimo al posto di Bellini e Orlando. La vera novità sarà il forfait di Pelé, curato a dovere dai tacchetti avversari, ma Garrincha da una parte e Amarildo dall’altra non lo faranno rimpiangere, regalando al Ct Aimoré Morerira, che aveva sostituito Feola in precaria salute, il titolo di campione del mondo. Rispetto al ’58 il gioco auriverde non era cambiato di molto, dalla Diagonal del ’50 si era passati al 4-2-4 che, grazie all’intelligenza tattica di Zagallo, capace di stare dietro le punte con altrettanta sagacia tattica, diventò un 4-3-3 più facile da assimilare anche dagli Europei, la cui evoluzione tattica languiva, mentre il Catenaccio prendeva sempre più piede in Italia. I Mondiali del ’62 sanciscono, inoltre, con l’avvento delle squadre dell’Est, grazie anche alla nascita del Campionato Europeo per Nazioni (voluto dal francese Henry Delaunay), l’evoluzione atletica del football. In soldoni una squadra poteva sopperire allo scarso talento con preparazioni e prestazioni fisiche mai contemplate sino ad allora. Il Brasile soffrì molto e fu anche molto aiutato dagli arbitri, una stucchevole non notizia che si protrae fino ai giorni nostri.

L’ennesima figuraccia del calcio italiano
Messo da parte il Cile, arrabbiato con l’Italia anche per alcuni articoli che avevano sottolineato la situazione difficile del Paese andino, e l’arbitro Aston, antesignano di Moreno, la Nazionale azzurra dal secondo dopoguerra, tragedia di Superga compresa, non riusciva a trovare il bandolo della matassa. Le lotte intestine alla Federazione e tra questa e il Coni, tra grandi club e tra questi e gli altri, avevano spinto il movimento calcistico tricolore in una situazione di stallo che non trovava soluzione. Le continue polemiche e, soprattutto, i continui esperimenti non giovavano alla squadra e la spedizione cilena ne sarà degna dimostrazione. Tutto questo, inoltre, impediva a qualsiasi tecnico di poter appoggiarsi a un blocco e su quello costruire un gruppo solido. Dovendo invece accontentare tutti la Nazionale diventava un mosaico senza capo ne coda e soprattutto incapace di ottenere risultati importanti. Gli oriundi la faranno ancora da padroni per alcuni anni, finché la generazione dei Rivera e dei Mazzola, con Valcareggi in tolda di comando, ci regalerà stagioni di grande prestigio internazionale. Ma fino ad allora saranno solo vacche magrissime, pur disponendo di talenti importanti, spesso male impiegati come accadrà ai Mondiali inglesi del ’66.

Santiago, 17 giugno 1962
Stadio Nacional
BRASILE-CECOSLOVACCHIA 3-1
Reti: 15’ Masopust (C), 17’ Amarildo (B), 68’ Zito (B), 77’ Vavà (B)
Brasile: Gilmar, D. Santos, N. Santos, Zito, Mauro, Zozimo, Garrincha, Didì, Vavà, Amarildo, Zagallo. Ct: Moreira.
Svezia: Schroiff, Tichy, Novak, Pluskal, Popluhar, Masopust, Pospichal, Scherer, Kvasnak, Kadraba, Jelinek. Ct: Vytlacil.
Arbitro: Latishev (Urss).

Francesco Caremani, francesco.caremani@gmail.com

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