Carobbi, l’uomo delle quattro epoche: “Società viola a livello europeo”
6 marzo 2010
Potremmo tranquillamente definirlo “l’uomo delle quattro epoche”, e nessuno troverebbe nulla da che ridire; in pochi infatti oltre a lui hanno avuto la possibilità di vivere oltre un trentennio di Fiorentina in maniera così totale, piena, vera. Stefano Carobbi, cresce calcisticamente proprio nel vivaio dei gigliati per poi fare il suo ingresso in prima squadra all’inizio degli anni Ottanta, decennio in cui a Firenze si vedeva già l’alba di un nuovo ciclo societario, ovvero quello della famiglia Pontello. Un “Rinascimento” vero e proprio quello attuato dal Presidente Ranieri Pontello, che vide oltre all’ingaggio di grandi nomi, tra cui Passarella, Bertoni e Socrates, anche un serrato progetto che orbitava attorno alle nuove leve come Pecci , Baggio, Borgonovo e Carobbi appunto. In maglia viola oltre cento presenze e tante emozioni, come il rapporto straordinario con la tifoseria, le emozioni regalate dall’” Artemio Franchi”, come il suo esordio, particolare quanto raro per un ragazzo che in campo è schierato in difesa. E poi un presente che quasi profuma di passato per il ruolo che attualmente ricopre, ossia allenatore della Categoria Giovanissimi B dell’A. C. Fiorentina. Allena ragazzi di tredici anni, Stefano, tredici come gli anni che aveva lui quando da Pistoia passò per la prima volta a vestire la maglia viola e che come lui sono pieni di ambizione, impegno e dedizione al lavoro. “Perché l’importante” – ci dice – “ è rendersi conto di poter comunicare qualcosa a chi si ha di fronte, non è sempre scontato che un buon calciatore sia un altrettanto bravo mister”, ma ascoltando l’entusiasmo con cui parla del suo mestiere non potremmo certo immaginarlo in vesti diverse.
-Cresciuto e affermatosi calcisticamente nella Fiorentina, gli anni trascorsi in maglia viola sono oltre dieci; ma se Carobbi dovesse scegliere una partita su tutte quale racconterebbe?
In assoluto in cima ai miei ricordi di calciatore credo che metterei il mio esordio in prima squadra; cioè rettifico, non il primo assoluto che risale alla gara contro Avellino di cui disputai soltanto qualche minuto, ma a quella successiva che mi vide scendere in campo con la maglia da titolare nel match contro la Sampdoria, alla quale riuscii anche a fare goal. I giornali dell’epoca attribuirono la rete a Ferroni che aveva intercettato il mio tiro, deviandolo, ma adesso, alla luce delle nuove regole di valutazione degli autogol, credo che la rete sarebbe stato assegnato a me.
-Durante gli anni di Firenze, molti sono stati i campioni con cui lei ha giocato; quali sono i compagni che ricorda con maggior affetto e con i quali magari ancora ha mantenuto un legame stretto?
Beh naturalmente guardo con molta nostalgia a tutto il gruppo della “vecchia guardia” composto da veri fuoriclasse come Daniel Passerella, Giancarlo Antognoni e Lele Oriali; ma di certo mantengo ancora un bel legame di amicizia con Stefano Borgonovo, Baggio, Pazzagli e Galli ( miei compagni anche a Milano) e Mattei. Indiscutibilmente formavamo un bel gruppo; uno spogliatoio molto unito direi.
-Firenze, piazza campanilista ed estremamente innamorata della squadra viola; un professionista come vive questa grande attenzione e calore da parte del pubblico?
Secondo me quella di Firenze è una delle tifoserie più straordinarie che esistano; il pubblico fiorentino ha indubbiamente il grande merito di essere sempre presente, nei momenti positivi e a maggior ragione in quelli negativi della squadra e questo secondo me per un giocatore deve essere motivo di grande orgoglio ma deve anche infondere un forte senso di responsabilità e dedizione. Nella mia esperienza a Milano, devo riconoscere che il rapporto con i tifosi era più freddo rispetto a quello che si ha con la Curva Fiesole in particolare; la Fiorentina è un patrimonio della città e per un fiorentino una sorta di tesoro da difendere e di cui prendersi cura.
-Come molti suoi colleghi dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, anche lei ha scelto di intraprendere la carriera di allenatore, con la differenza che il suo ruolo concerne soprattutto la fascia giovanile; giudica stimolante questa esperienza?
Beh, per risponderle devo intanto fare una precisazione; dopo aver concluso la mia esperienza da calciatore ho deciso di interrompere per qualche anno la mia frequentazione con il mondo del pallone, per poi cominciare ad allenare sulla panchina di una società dilettantistica pistoiese, il Pistoia Nord . Ho da qui cominciato con grande impegno la mia avventura in veste di mister, prendendo i tre patentini del Corso Formazione Allenatori di Coverciano e il master; è una professione quella dell’allenatore che io reputo stimolante e impegnativa, bisogna rendersi davvero conto prima di intraprenderla se siamo capaci di comunicare qualcosa di importante a coloro che ci ascoltano; non è detto che coloro che hanno avuto un ottima carriera da calciatori riescano a fare bene in panchina, io mi sono messo in gioco…
-E torniamo al discorso con cui abbiamo aperto la nostra intervista, ossia quello che la vede come protagonista di tante gestioni societarie della Fiorentina; guardando indietro alle epoche dei Pontello e di Cecchi Gori, non possiamo che dar ragione ai giornalisti che sottolineano il grande equilibrio che la famiglia Della Valle è riuscita a dare alla città e alla tifoseria, oltre naturalmente alla grande competitività dell’organico…
Reputo che la struttura societaria della Fiorentina del 2010, non abbia niente da invidiare a quelle dei grandi club Europei, più blasonati e storici della Fiorentina; questa Presidenza ha sempre puntato a dare un immagine pulita e coerente della società, guardando con grande attenzione alla disciplina, allo stile e al comportamento, non limitandosi soltanto alle parole e ai concetti astratti ma arrivando anche ai fatti. E poi per quanto riguarda il ruolo che mi vede in prima linea, ossia quello di allenatore di una squadra del settore giovanile, devo dire che questa Presidenza, ha saputo riprendere con grande attenzione le fila di un vivaio reso quasi inesistente dal fallimento del 2002, rendendolo assolutamente competitivo. E anche qui parlano i fatti.
Federica Falciani











