| Lazio-Fiorentina con l'ombra (o la presenza) di Miha |
| Written by Alfredo Verni | |||
| Thursday, 23 February 2012 10:15 | |||
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che forse vedrà presente un’ospite d’eccezione sugli spalti: Sinisa Mihajlovic. Per l’ex allenatore viola sarà una sfida da spettatore, dove i ricordi dolci degli splendidi anni vissuti da giocatore nella Lazio saranno offuscati da quelli amari vissuti da tecnico nel capoluogo toscano. CAMPIONE A ROMA. È arrivato alla Lazio (via Sampdoria) nel 1998 e ci è restato fino al 2004. Sei anni nella capitale, anni pieni di successi e soddisfazioni dove il giocatore serbo è diventato punto cardine della difesa. Ha fatto parte di quella grande squadra che il 14 maggio del 2000 ha conquistato lo scudetto battendo per 3-0 la Reggina in casa. Quella stessa squadra nella quale militava insieme al suo amico Roberto Mancini, a quello che è diventato il suo vice Dario Marcolin, e composta tra gli altri dai vari Veron, Nedved, Boksic, Nesta, Couto, Sensini, Salas, Almeyda, Simeone, Conceiçao (giusto per citarne alcuni a caso). Una squadra che in quegli anni gli ha fatto conquistare 1 Coppa Uefa, 1 Coppa delle Coppe, 2 Supercoppe italiane, 2 Coppe Italia e uno scudetto (appunto). Sulla panchina laziale sedeva Sven Goran Eriksson ed è stato proprio grazie al tecnico svedese che Sinisa si è riscoperto nel ruolo di centrale, nel quale ha dimostrato di avere numeri sia in fase difensiva che in quella d’impostazione, grazie ai suoi lanci lunghi e millimetrici che permettevano ai suoi compagni trovarsi spesso in posizione favorevole per andare in porta. E’ stato anche autore di diversi gol: le sue punizioni sono sempre apparse come sentenze inappellabili per gli estremi difensori avversari. Tutta la sua carriera è stata farcita da diversi gol su calci piazzati ed è stato proprio su punizione che lo specialista Mihajlovic ha segnato il primo gol nell’edizione 2000-01 della Champions League, in trasferta in casa del Bayer Leverkusen. Un pezzo di cuore di Sinisa – non potrebbe essere altrimenti – sarà sempre biancoceleste. SFIDA SULLA PANCHINA VIOLA. Dopo la consacrazione come giocatore e aver chiuso brillantemente la sua carriera con la maglia dell’Inter, ha poi intrapreso la carriera di allenatore, seguendo le orme di Mancini (al quale ha fatto da secondo proprio all’Inter). Poi dopo una breve e non fortunata esperienza a Bologna e un campionato (quasi intero) da tecnico del Catania, dove si ha messo in mostra le sue qualità, è arrivato a Firenze il 3 giugno del 2010 andandosi a sedere su una panchina incandescente quale quella del post Prandelli. Per il tecnico serbo senza dubbi questo particolare ha rappresentato un handicap (lo sarebbe stato per chiunque): arrivare in una piazza dove un ciclo vincente si era concluso e il tecnico uscente era idolatrato da tutta la tifoseria non sarebbe stato facile per nessuno. Accettare questa sfida era cosa da uomini coraggiosi e Mihajlovic ha dimostrato di esserlo dall’inizio alla fine della sua avventura con la Fiorentina. Si è presentato con l’idea di scuotere l’ambiente viola e la sua durezza è stata percepita come presunzione quando invece l’intento era trasmettere motivazioni a un ambiente che si mostrava scarico, che dava segnali di cedimento. La sua prima stagione non è stata da buttare del tutto considerate le mille difficoltà incontrate nel tragitto tra infortuni (Jovetic su tutti), giocatori non motivati o leader che riuscivano a far parlare di sé più per le bravate extracampo che altro (Mutu e non solo). E in un anno considerato transitorio (anche se all’inizio il tecnico serbo aveva fatto l’errore di dichiarare di avere una squadra – se fosse sempre stata al completo – che avrebbe potuto lottare per un piazzamento Champions) il 9° posto in campionato suggellato da un buon finale di campionato (un girone di ritorno con sole tre sconfitte subite) e tanta voglia di rivincita, lasciava presagire qualcosa positivo per la stagione in corso. Nell’anno e mezzo in cui Mihajlovic è stato seduto sulla panchina viola non è mancata mai la sua determinazione ma questo non è mai bastato. A lui, allenatore che non è mai piaciuto e non è mai entrato nelle grazie del popolo viola, sono state attribuite tutte le colpe di una squadra senza gioco e senz’anima. È stato persino ‘accusato’ di non essere un vero allenatore e alla fine (complici risultati che tardavano ad arrivare) è stato esonerato. Ma alla luce di quello che sta accadendo oggi probabilmente a Sinisa almeno qualche piccola scusa andrebbe fatta. NON SOLO COLPE. Nemmeno un tecnico bravo e con l’esperienza di Delio Rossi sta riuscendo a evitare il tracollo di una squadra che inevitabilmente pare costretta alla rifondazione. Una squadra il cui vero problema sembra essere legato a giocatori che, dopo un ciclo vincente, stanno attraversando una fase calante, senza più stimoli. Qualcosa di buono la gestione-Mihajlovic lo ha lasciato a partire dalle più belle partite della sua squadra: Palermo-Fiorentina del 13 febbraio 2001 (un netto 2-4, con le reti viola segnate da Gilardino, Camporese, Montolivo e un autogol di Bovo); Fiorentina-Udinese 5-2 del 1° maggio 2011, la partita nata sotto il segno delle doppiette di Cerci e D’Agostino (più gol di Vargas) e Napoli-Fiorentina finita 0-0 in entrambe le stagioni con Sinisa in panchina, sia il 16 gennaio 2011 che il 24 settembre 2011, con i viola che seppero nella circostanza mostrare buon calcio fermando la corazzata partenopea. Un allenatore, Mihajlovic, al quale non è stata risparmiata nemmeno la critica sul tormentone riguardante la posizione di Jovetic e che anche oggi con Rossi pare essere tornato di moda. Intanto lo stesso tecnico serbo ha avuto almeno il merito di aver esaltato al massimo le doti di Cerci facendolo diventare determinante (alla fine della stagione scorsa e all’inizio di quella attuale) con le sue reti e le sue giocate.
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